PERCHÉ UN CONSULENTE

Qualche anno fa, quando ero ancora all’università, una mattina fui spiazzato dalla domanda a bruciapelo da parte di uno dei miei professori. Mi fece riflettere, minando alcune certezze.

Domandò se il corso di laurea che stavo frequentando era di qualità, ed io non potei che annuire istintivamente, consapevole come lo sminuire il luogo in cui avevo trascorso più tempo negli ultimi anni equivaleva a mettere in dubbio non solo il piano di studi, ma di conseguenza la mia intera preparazione.

Il punto a cui voleva arrivare era semplice: nessuno poteva avere un’opinione chiara sulla validità di quel corso, a meno che non ne avesse seguito almeno uno in un differente ateneo.

Possiamo maturare un’opinione su un qualcosa che ci appartiene solamente quando la poniamo a confronto con qualcos’altro che conosciamo altrettanto bene. È proprio questa consapevolezza – che generalmente non si manifesta riassumendo il tutto con uno stringato meglio/peggio, ma che genera invece ragionamenti molto più articolati – che consente a colui che lo illustra di porsi come una figura autorevole, ricca di esperienze, sia positive che non.

Sono proprio queste ultime che negli anni hanno assunto un significato sempre più importante, portando a comprendere come le esperienze negative non devono essere più intese, come in passato, una predisposizione all’insuccesso, quanto componenti importanti per ottenere un bagaglio di avventure che ne scongiuri la riproposizione.

Lo scambio di esperienze rappresenta oggi una grande ricchezza, alla stregua dello scambio di vedute e di cultura. Spesso questa apertura è però affiancata da una grande paura – del cambiamento e del veloce progresso – che sconsiglia di tentare nuove strade, affezionati a quello che si ha, che appare più sicuro.

Era Einstein che tra le sue grandi pillole di saggezza consigliava di adattarsi ai cambiamenti, “la misura dell’intelligenza è data dalla capacità di cambiare quando è necessario”.

Oggi ragionare con persone qualificate e avere uno scambio di vedute porta a grandi vantaggi, aprendo a mentalità, esperienze o culture profondamente diverse, che conducono ad un valore aggiunto, dato dall’osservazione dello stesso oggetto da prospettive diverse.

Qualche estati fa abbiamo avuto una conferma di come sia difficile compiere questo passo dal riscontro che ha suscitato la nomina dei nuovi direttori di musei, sommersa da critiche da più parti. Sono bastati 7 stranieri su 20 – tutti qualificati e con ricchi curriculum – ad agitare una folla che non ha visto un arricchimento nella presenza di esperti provenienti da realtà diverse, ma ha valutato tale situazione esclusivamente come una perdita di posti di lavoro per gli italiani.

Tutti preferiamo che siano nostri connazionali a compiere grandi opere o a ricevere onorificenze, ma tale cambiamento poteva e doveva essere visto come la grande apertura di un settore che ha perso non poco negli ultimi anni, a favore di altre nazioni che a nostre spese sono cresciute a dismisura.

Un paese con la storia come quella dell’Italia che vede una parte del turismo deviare verso nuove e differenti mete dovrebbe riflettere; è proprio mettendo in dubbio ciò che si è sempre fatto che può condurre al miglioramento.

È finito il tempo del “abbiamo sempre fatto così”, perché il mondo va veloce ed è stata una grande crisi a farci capire come si debba essere vigili a non scendere da una giostra che dall’avvento di internet in poi ha iniziato ad andare sempre più veloce.

Oggi è importante aggiornarsi ancora più frequentemente, si deve essere “sul pezzo”, per migliorare nell’efficienza ed essere più competitivi in tutti quei mercati che sono ormai saturi.

Tante aziende radicate sul proprio territorio oggi sono però statiche, precludendosi la possibilità di ampliare i propri canali e migliorare la propria struttura; questo immobilismo potrebbe portare a risultati nel medio periodo non propriamente rosei.

La necessità di aggiornamento viene spesso richiesto ai propri dipendenti, collidendo però con il significato intrinseco, dato che genera solo lavoro aggiuntivo ad un ufficio già intasato, che, reputandolo un ulteriore impegno e non comprendendone l’opportunità, lo relega in fondo alle proprie attività.

La figura ideale che può aiutare in questo processo non proviene dall’interno, ma è il consulente.

Una persona dall’esterno può consigliare modifiche nell’organizzazione, ottimizzare la pianificazione, presentare nuovi strumenti per migliorare e crescere, sia nelle vendite che nel Brand.

Il consulente non è una figura che solo saltuariamente si aggiorna sulle novità, ma per sua natura è sottoposto ad una costante analisi e comprensione del mercato e della società, in modo da allinearsi a quel concetto di azienda liquida che possa plasmarsi in funzione delle condizioni.

Il risultato sono soluzioni e nuovi punti di vista che conducono ad una riflessione e ad un confronto, finalizzato alla migliore soluzione per il cliente.